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09:24
 

Il tempo dell’azione.



Intanto l'ambulanza è arrivata e la lettiga corre verso il cadavere coi tacchi.

Pizzoccheri si scansa e lascia passare: "Largo, fate largo". Fa tre passi indietro verso la tettoia della fermata e si guarda la mano destra. Poi si riguarda attorno: in terra, proprio vicino al rivolo di sangue della povera finto bionda, c'è un mozzicone di sigaro. Un grosso mozzicone di sigaro che ancora fuma. Istinto. Lo raccoglie. Di chi è? Non del travestito. Non dell'autista che stava succhiando una sigaretta, non dei due vecchietti. Forse dell'assassino. Possibile? Prende il sigaro fra indice e pollice e lo odora. In effetti, sa di merda. La fascetta, quella è rossa, ma non reca alcun simbolo. Strano. Teniamolo. Ma che effluvio ributtante. Mai sentito un sigaro puzzare tanto.

Filosofia spicciola (che è quella che conta di più): ci sono casi nella vita, che si aspettano magari da tempo, nei quali bisogna agire. Istintivamente, senza valutare le mille possibili conseguenze di ogni singolo atto: agire, perentori, risoluti. E Pizzoccheri agì.

Un'occhiata all'autista, un'occhiata ai due passeggeri, e via verso via Bullona, che è proprio lì dietro, con la netta, certa e ingiustificata consapevolezza di stringere nella mano destra la chiave, proprio così, la chiave della sua vita. Per intanto, la chiave della porta di casa del travestito. Numero 23, stabile d'epoca, ingresso d'epoca, anche le scale sono d'epoca: mentre le sale, Pizzoccheri cade (l'idiosincrasia con gli scalini doveva risalire ad almeno 20 anni prima quando, adolescente, rotolava spesso e volentieri dagli scalini di casa sua...).

Si rialza, la camicia un bagno di sudore, e sta quasi per ricadere davanti alla porta al terzo piano. L'unica blindata, come la sua chiave. Un bel respiro profondo, chiave nella toppa, due giri, e via dentro.

Un bell'appartamento, decisamente bello: ampio soggiorno, arredato con gusto, persino ricco. Un divano in pelle rossa, un'imponenente libreria colma di libri a sinistra, un bel mobile in cristallo con tv e video registratore a destra. Pizzoccheri si richiude la porta alle spalle. Fa due passi in avanti, badando a non far scricchiolare nemmeno un'asse del parquet. Gli occhi corrono veloci su ogni oggetto di quel soggiorno: sa bene, il cronista, che fra poche ore l'appartamento sarà invaso dagli agenti della Mobile. Poi, fa cadere un vaso che, manco a dirlo, è uno di quei vasi che quando si rompono non solo si frantumano in un numero infinito di cocci, ma fanno anche un fracasso indescrivibile. Vi risparmio le imprecazioni del giovane e talentuoso giornalista.

“Allora, Pizzoccheri adesso ragiona: scrittoio, cassetti, lettere, tracce, indizi, insomma mistero e magari un buon pezzo per mettere a tacere quella rompicoglioni della Gressoney". La testa del giornalista lavora: omicidio nel mondo della prostituzione dei transessuali, con ritratto da vicino, vicinissimo della vittima. "Trans: l'ennesimo omicidio" su sei colonne nelle cronache, e poi trafiletto su come viveva la vittima, poi fai parlare una "collega" che batte ancora in zona e magari le foto le facciamo fare a Carlo, che lui è bravo in ‘ste cose...".

Nel cassetto trova il passaporto: Raul Julia. Maschio, brasiliano, nato a San Paolo, età: 36 anni. Un brivido gli percorre la schiena. Un uomo, travestito, ma un uomo. Con le gambe ben depilate, le mani lunghe e sottili, le unghie curatissime e con una voce (strano a dirsi) dolce, dolcissima. "Ma ora cerca, Paolo, cerca" si ripete. Poi, a un tratto, si sente Ugo abbiare: la sorpresa dura poco, perché poco dopo ecco che spunta il chihuahua, velocissimo sulle sue malferme zampette e soprattutto irritatissimo dalla presenza di un estraneo in appartamento. Il cane abbaia stridulo a Pizzoccheri che la violazione di domicilio è un reato penale. Penale! Penale! L'estraneo combatte la tentazione di far volare dalla finestra quel topo urlante, si china, inizia a fischiettargli suadente di avvicinarsi: ma il cagnetto si guarda bene dal dar confidenza e anzi continua ad abbaiare la sua inquietudine. Non c'è tempo per diventare cinofili oggi; oggi si è solo cronisti d'assalto, pronti a leggere ogni indizio. Un calcio ben assestato sul piccolo e malfermo sedere del cagnolino, ed ecco che torna il silenzio al 23 di via Bullona.

Dieci minuti d'orologio più tardi, Pizzoccheri esce dal ricco appartamento raggiante di soddisfazione e con un buon bottino in saccoccia: l'agendina del travestito zeppa di numeri telefonici e la nettissima sensazione che lì, fra tutti quei nomi e numeri telefonici ci fosse anche l'inequivocabile traccia dell'assassino.




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15:46
 

Monica, la bella dal fisico scolpito da anni di fitness, si scostò i capelli davanti allo specchio. Poi si girò e si ammirò le spalle. "Che notte", pensò. "Quel Paolo non doveva scopare da parecchio, perché assatanati così, raramente...". Un sorriso malizioso le si disegnò sul volto mentre apriva l'acqua della doccia. Ci si infilò con misurata perizia, viste le dimensioni del bagno, e si godette il getto d'acqua tiepida che le accarezzava il corpo. La intrigava l'idea di stare con un giornalista. Adesso avrebbe potuto vantarsi con le sue amiche di avere conquistato anche lei un uomo di una certa importanza. Non il solito buttafuori di discoteca, o il solito barman troppo audace, o l’ingombrante istruttore di palestra… come quello con cui sarebbe dovuta uscire quella sera, si ricordò improvvisamente.


Paolo Fiorini era l'istruttore di aero-fit-box (una bizzarra disciplina di sua invenzione, che miscelava il chiasso dell’aerobica, le aspirazioni del fitness e la violenza della boxe, forgiando atleti che non sapevano tirare pugni, ma nemmeno ballare l’aerobica, ahilui) più gigantesco di Milano e hinterland: un armadio a quattro ante, con due piedi per camminare e un'apertura per emettere suoni. Oltre a una lingua stupenda. Lui e Monica, più di una volta a fine lezione, erano rimasti a chiacchierare, da soli, nella sala dello spinning. E l'altra sera, lui l'aveva spinta contro una delle biciclette e le aveva messo la lingua in bocca. Lei, dopo aver combattuto l'iniziale tentazione di rifilargli un calcio nelle palle, si era lasciata sedurre dal bestione e ne aveva apprezzato la morbidezza della lingua. Più di tanto in là non si erano spinti perché sul più bello, mentre l'eccitazione montava in entrambi, erano franati sulla cyclette, richiamando l'attenzione di una ventina di persone. Allora Paolo le aveva chiesto di uscire e lei ovviamente aveva a risposto di sì. Stasera sarebbe uscita con questo Paolo con ancora sulla lingua il sapore dell'altro Paolo. Infilati i tacchi, Monica sgambettò disinvolta verso la profumeria dove lavorava come commessa.

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11:47
 

Noto incredibilmente che ci sono visite.
Avevo abbandonato l'idea di proseguire nella stesura del blogromanzogiallocollettivo venato di nero.
Però se continuate a visitarlo è evidente che esiste uno scampolo di interesse.
Proseguirò nel postare brani.
Però, cari lettori, vorrei commenti!
Sui personaggi, sulla storia, sull'ambientazione. Per poi farne tesoro e partorire una storia collettiva degna di questo nome.

A più tardi, forse.
postato da appuntisparsi | 11:47 | commenti (1)


22:04
 

Come "questo"? Il buon Pizzoccheri non aveva azzeccato nemmeno il sesso del morto ammazzato: certo, è un travestito, un "travone" come lo chiamano a Milano. Anche questo gli era sfuggito.

Il giornalista comincia a sentirsi stupido, tremendamente stupido. E stupidamente si incanta a osservare la figura riversa sul marciapiede che vomita sangue e frasi incomprensibili. Un abitino nero attillatissimo scopriva rotonde e possenti spalle. Il seno prorompente a sfidare il tessuto, le cosce e le gambe, lunghissime, depilate, levigate come porcellana, i grandi piedi curatissimi e leccati da uno smalto rosso fuoco. La borsetta viola, luccicante di paillettes, le scarpe col tacco, decolleté, elegantissime, viola come la borsa.


Ma non è il momento di sentirsi stupidi: Pizzoccheri riprende perentorio in mano il controllo della situazione e si volta verso autista e passeggeri e urla loro stridulo "L'ambulanza, l'avete chiamata l'ambulanza?".

"Sì, sì" gli fa l'autista. Un tipo alto e magro, con i capelli lunghi raccolti a coda e tantissimi peli che gli escono dalla camicia e fanno da cuscinetto a una vistosa catena d'oro. Stringe il cellulare nella mano, manco fosse una calibro 38, e si guarda attorno inespressivo. I due passeggeri invece sembrano inebetiti: hanno smesso di urlare "oddio questo è morto!" e fissano il travestito.


Pizzoccheri decide di tranquillizzare la vittima: "Tranquilla, no cioè tranquillo, insomma diavolo porco...". E lui gli afferra il polso destro con grazia e forza insieme, illuminando le unghie laccate, e gli fiata sul viso di prendersi cura di Ugo, via Bullona 23, terzo piano.


"Okay, okay, ci penso io, te lo prometto ma tu (e qui tutti quei film gialli devono aver contato almeno un po') devi dirmi chi è stato!".


Il travestito perde le forze e muore (oppure sviene), mentre autista e passeggeri ricominciano con "Oddio è morto, oddio è morto", mentre in lontananza, da Corso Sempione, la sirena dell'ambulanza urla la sua fretta alla Milano semiaddormentata.


Poi il travestito di uno e ottanta riapre gli occhi (allora i tre ammutoliscono) e infila nella mano destra di Pizzoccheri un mazzo di chiavi, farfugliando un nuovo nome "... Bruce…". Poi muore davvero.
"Oddio è morto, oddio è morto" ricomincia il trio dell'Avemaria. "Eh sì, porca puttana, è proprio morto" fa Pizzoccheri. "Bruce, Ugo… mah!".


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09:39
 

Lui esita, si guarda attorno per un attimo, poi attraversa di corsa la strada e mentre lo sguardo corre sulla figura a terra, all'angolo vicino, una figura, poco più di un'ombra, corre via veloce. Alza gli occhi ma è troppo tardi, quella ha già svoltato, silenziosa come un gatto e agile come un gatto. Insomma, sembrava proprio un gatto. Intanto la bionda è lì per terra in una pozza di sangue, ferita allo stomaco. Le labbra schiuse, gli occhi sbarrati, le mani serrate in una morsa inutile.

Il giornalista si china su di lei e le sostiene il capo, mentre urla "Un ambulanza, qualcuno chiami un'ambulanza!". L'autista spegne il motore della 78 e scende mentre gli unici due passeggeri si bloccano davanti alla porta centrale.


Pizzoccheri le solleva la testa e le dice, in tono che lui avrebbe voluto rassicurante, "che va tutto bene e tutto si aggiusterà...", poi guarda meglio la ferita e capisce che probabilmente non si aggiusterà nulla.
Non ci vuole un medico per capire che quella ferita è grave, e che la donna ha i minuti contati. Poi Pizzoccheri si ricorda di chi è veramente, dimentica tutte le interviste patinate, le feste Vip e le serate esclusive: insomma l'istinto del cronista si risveglia e decide che è meglio fare parlare la donna prima che passi a miglior vita.
"Chi è stato?" le fa lui concitato.

Lei farfuglia qualcosa ma lui non capisce, allora avvicina la testa proprio mentre lei ripete "...Ugo".
"Ugo, Ugo, è stato Ugo" le fa eco lui quasi gridando di soddisfazione.

I due passeggeri scendono dalla porta centrale, e mentre la loro insana curiosità vince il terrore, si avvicinano. "No" fa lei con un filo di voce, combattendo i rigurgiti di sangue, eppur scandendo perfettamente le sillabe, "dai da mangiare a Ugo" con forte accento brasiliano.

E lì l'incanto, si fa per dire, si rompe: Pizzoccheri, giornalista free-lance, cronista di nera, finalmente sul luogo di un delitto proprio nel mentre, si accorge di aver immaginato invano per anni questo momento; di aver visto invano tutta la filmografia relativa, di aver studiato, letto, sognato o sperato un momento come questo e di non aver proprio capito un accidente.

Lui è lì sul luogo del delitto, con la vittima che gli sta morendo fra le braccia, e continua a non capire nulla di quello che lei gli sta dicendo.

"Dai da mangiare a Ugo" ha detto lei. “Ugo e chi è Ugo?” Intanto il terrore ha perso la sua battaglia contro la morbosa curiosità dell'autista e dei due passeggeri. Cosicché i tre ripetono a macchinetta "Questo muore, questo muore, oddio questo è morto".
postato da appuntisparsi | 09:39 | commenti (1)


19:05
 

Ore 7,20: Milano era sveglia da un pezzo. Il giornalista annusò l'aria. Sapeva di buon mattino meneghino: pallidi effluvi di brioche, misti a odore d'asfalto e cacche di cane. Sarebbe stata una giornata intensa: fra quattro ore avrebbe dovuto parlare col suo caporedattore al Gazzettone (senza portargli quel pezzo sulle "baby gang" che aspettava da sei giorni) e, solo due ore più tardi, al direttore di Boh!. Si infilò rapido in macchina, girò la chiave e sgommò via verso Corso Sempione.


Ore 9,20: Fabiola Gressoney, caporedattore al Gazzettone, si era preparata il discorso da fare a Pizzoccheri già da una settimana. Si alzò e s’infilò in bagno aprendo l'acqua della doccia. Un brivido, un'occhiata allo specchio: 38 anni, da sei mesi caporedattore in uno dei più importanti quotidiani d'Italia. Brava, anzi bravissima. Sua madre sarebbe orgogliosa di lei. Giusto lei, perché non è che ci fossero molte persone nella sua vita: un matrimonio fallito anni prima, tre recenti fidanzamenti naufragati, un rapporto lesbo mai salpato, e un pruriginoso appetito verso colleghi e collaboratori.


Comunque con Paolo Pizzoccheri la questione era diversa, diversissima. "O fai la cronaca nera o fai la cronaca rosa, caro Paolo. Questo tuo eclettismo nuoce al giornale. Non ci sono mezzi termini”. Questo gli avrebbe detto. Chiaro e tondo. "Gonna o pantaloni?", si chiese davanti allo specchio mimando un'espressione severa. Mettiamola così: molto più intrigante rimproverare un collaboratore mostrando le cosce, che farlo austera e castigata. "Mettiamo la gonna" si disse, pregustando l'incontro con Pizzoccheri. Camicetta: provò la scollatura almeno una decina di volte. Trucco: “quello, mi trucco in redazione... Pizzoccheri, stavolta ti inchiodo". Poi prende la porta con piglio imperioso e via, giù dalle scale.


Seguimi, caro lettore, e fai con me un passo indietro: alle 7,30 Pizzoccheri, con ancora in testa i gemiti (e le risate) della palestrata e in mano le sue mutandine marchiate Intimissimi, di quelle 5 pezzi a 12,90 euro, trofeo di una vittoriosa battaglia, inchioda in via Biondi e fa per scendere dalla sua Fiat media quando, come si diceva, gli cade l'occhio sulle tette della prostituta di uno e ottanta. Gli cade l'occhio proprio mentre lei sta per salire sulla 78. Poi cade anche la prostituta. Cade, diavolo, cade! Anzi, stramazza proprio al suolo.

postato da appuntisparsi | 19:05 | commenti


17:45
 

Quella mattina di giugno, Paolo Pizzoccheri era reduce da una serata galante; aveva dovuto offrire lui la cena a Monica, 36 anni, milanese doc: palestrata, lampadata, polpaccio nervoso, tatuaggio sulla spalla (che se le chiedi cosa raffigura, va in visibilio perché è un simbolo tribale del Madagascar che raffigura l'unione e la simbiosi eterna fra gli opposti che governano questo mondo...).
La serata era iniziata arrancando come un somaro su un sentiero di montagna. Anche il livello intellettuale della conversazione era da asini perciò... "Deve essere splendido il Madagascar" fa lui addentando la costoletta d'agnello. "Sì, credo di sì" risponde stancamente Monica mentre aggredisce con grazia il suo filetto ben cotto, "non ci sono mai stata...". "E allora il tatuaggio? Meglio versarsi un po' di vino, va'" riflette lui, senza dare voce al pensiero.


Il Pinot Nero altoatesino, anno '97, di Hofstatter, non troppo corposo, ma profumatissimo, riempie per un terzo il bicchiere della fata, poi l'occhio di lui cade sul decolleté di lei e così il giornalista rimpiange un po' meno l'invito che le ha fatto poche ore prima. I suoi pensieri corrono: "Questa è stupida come una campana, ma con due tette strepitose...". La serata iniziava a scivolare via più leggera.
Anche quella prostituta bionda aveva un seno meraviglioso: "I clienti si divertiranno da matti!" borbottava fra sé e sé, passando davanti alla fermata della 78, provato per la notte di sesso selvaggio appena vissuta. "Monica non doveva esercitare da un bel po' perché assatanate così, raramente...", rifletteva ancora appannato.
Appena dopo aver lasciato il ristorante, quasi sbronzi, lei gli chiede "sali da me?", con un tono così suadente da risultare quasi finto, eppure irresistibile. Lui sale, sale le scale, inciampa pure ma lei ci ride sopra.
Poi continua a riderci sopra. Sopra di lui, intendo. E anche lui si diverte, ma non ride poi tanto. Dopo ripetuti e soddisfacenti amplessi, qualche risata di troppo da parte di Monica (ma si ricordava di una certa Susanna che sul più bello si metteva a piangere...) Paolo decide che è ora di guardare l'orologio: poi si ricorda che domani, cioè oggi, perché nel frattempo l'alba era passata da tempo, ha un paio di appuntamenti importanti e scatta nervoso giù dal letto, farfugliando un "cazzo, quant'è tardi, cazzo...".

Fra un'imprecazione e l'altra riesce persino a rifilare un bacio fugace ma appassionato alla nervosa fanciulla palestrata e si invola giù dalle scale, con la cintura aperta e il colletto della camicia rivoltato all'interno. Monica rimane seminuda sul letto in dormiveglia per ancora un'ora: poi la giovane assatanata di sesso, palestra e simboli tribali si sarebbe tuffata nel piacevole (a suo dire) involvo metropolitano.
postato da appuntisparsi | 17:45 | commenti


20:20
 

Attendere

Milano, Via Biondi, angolo Corso Sempione: lì dove almeno una volta alla settimana qualche incauto automobilista incappa nelle maglie della severa giustizia stradale meneghina, lì dove la modesta Champs Elisées lombarda sbuca agile in Piazza Firenze, preludendo al caos e allo smog della tangenziale ovest; proprio lì, alle 7,30 di un sabato mattina, una bionda tinta aspettava pazientemente l'autobus numero 78.
È una gran bella fermata d'autobus quella della 78, Biondi, angolo Sempione. Con una piccola tettoia di plexiglass seminuova e un privilegiato punto d'osservazione sul ristorante cinese "Alice Felice", dove c'è una cameriera che se ci sei stato a mangiare almeno una volta, non dormi più sonni tranquilli: tutta curve, profumo di pollo fritto in salsa di limone, e un sorriso così ammaliante che ti viene da dubitare che non sia finta, lei, il suo sorriso, i suoi lunghi capelli neri come la pece e i suoi piedini numero 34 che la traghettano veloce da un tavolo all'altro...

Un sabato mattina di giugno, la finta bionda alta uno e settanta, coi suoi 58 chili di tette e sedere, stava aspettando la 78 dopo una dura notte di lavoro. Sei ore di filato avrebbero massacrato chiunque. Ma ciò che veramente mal tollerava erano i tacchi: 10 centimetri, a spillo, di una scomodità indicibile e dall'effetto estetico indubitabile. Era un anno e mezzo che indossava con grazia (poca) e disinvoltura (tanta) quello strumento di tortura. E sembrava funzionare, per il mestiere, intendo. Clienti a frotte. Un metro e settanta diventava così uno e ottanta. E una prostituta di uno e ottanta non passa certo inosservata. Ma alla lunga il tacco logora: logora la schiena. E i piedi. E tutto il corpo, ma soprattutto l'anima e la vita.

Lui, alto uno e ottanta, ma senza tacchi, stava parcheggiando la sua Fiat di colore bianco proprio in via Biondi, angolo Corso Sempione. 15 mila euro di auto media, rateizzata a 42 mesi, ma avendo dato in permuta la sua vecchia Ford, facevano 120 euro al mese. Uguale a 27 pinte di Foster's spinata come si deve alla birreria Stalingrado, sempre lì in via Biondi, o 33 Heineken al Murphy's Law di via Savona, proprio all'altro capo della città.
Ma aveva fatto la scelta giusta. "Avete mai provato a parcheggiare trentatré pinte di birra?" amava ripetere agli amici sfoderando quel suo senso dello humour che ridere non faceva ridere nessuno, sorridere, quello, solo gli amici più cari, ma faceva davvero imbestialire chi lo conosceva poco.

Con il risultato che Paolo Pizzoccheri, milanese, giornalista quarantenne, era circondato da pochi amici sorridenti e un nutrito gruppo di conoscenti perennemente incazzati. Agile free lance, da anni Paolo Pizzoccheri si divideva fra la redazione del "Gazzettone" e quella di "Boh!", fra la cronaca nera e la cronaca rosa. Un assassinio a sfondo politico e un amore Vip da ombrellone, la ritmica frenesia del quotidiano e la rilassata e compiaciuta indolenza del periodico leggero. Professionalità schizofrenica, ma tanto, a suo dire, divertimento. Soldi, quelli, pochini…
postato da appuntisparsi | 20:20 | commenti (2)


23:32
 

Il punto adesso è partire. Cioè scrivere. Cioè pubblicare.
Diavolo! Mica internet facilita tutto, sapete?
Come se solo la carta reggesse l'immenso peso di pensieri e parole, e un blog del cavolo come questo invece no!
Ho deciso che, dato che è oramai certo che io sia stato rapito da raro egocentrismo, aspetterò un poco prima di pubblicare il primo capitolo del mio noir venato di giallo, dai mille colori. Voglio pensarci bene.
Il titolo però ve lo anticipo:
Colpo di tacco.

postato da appuntisparsi | 23:32 | commenti


13:06
 

Ci ho riflettuto. Ho il vago sospetto di essere stato colto da improvviso e inelutabile attacco di narcisismo ma questo lo verificherò presto.


postato da appuntisparsi | 13:06 | commenti (1)